Ha denunciato più volte l’ex marito, ma non essendo stato colto in flagrante, l’uomo non è stato neppure allontanato. In altre parole non sono bastati gli occhi tumefatti e gli evidenti segni di violenza sul soma di questa donna per far scattare le misure di protezione. Nell’inerzia dei tutori della legge, Simona vive nel terrore di aggiungersi all’elenco ormai quotidiano di vittime di femminicidio. Quelle a cui si dice “Ma, perbacco, denunciate! La legge vi tutela!”

 

simona

La legge in questione sarebbe la 119 approvata nel 2013 sotto le indicazioni della Convenzione di Istanbul: insomma, qualcosa bisognava fare per salvare la faccia di Paese civile. Che poi sia sufficiente a salvare anche le donne dalla violenza maschile, direi che i risultati parlano chiaro. A quanto pare, da un femminicidio ogni 3 giorni stiamo regredendo a uno ogni 2,2 giorni, con un aumento raccapricciante di stragi familiari e addirittura condominiali. Non parliamo degli stupri di gruppo, che sembrano essere il nuovo sport nazionale con accanita tifoseria a sostegno, giudici compresi.

Io mi auguro che i buoni propositi di prendere sul serio il problema, adottando misure proporzionate alla sua urgenza e gravità, non si limitino alle parole. Perché mentre il dottore pensa, il malato muore. Sembrerebbe più serio il problema se si parlasse di epidemia? Il rischio di contagio di malattie mortali fa scattare misure di isolamento coatto e terapie mirate a bloccare tempestivamente i possibili danni alla popolazione. Tanto che una qualsiasi malattia esantematica (ammesso che ci sia ancora qualcuno che possa contrarla, date le vaccinazioni preventive), pur non avendo normalmente esito letale, è sufficiente per allontanare obbligatoriamente un bimbo dalla comunità della classe, per tutelare la salute dei compagni. Il femminicidio (termine che ai più ripugna) è una ripugnante malattia sociale che miete più di cento vittime ogni anno.

Si è calcolato che la violenza di genere abbia costi annui altissimi, quantificabili in miliardi di euro, oltre all’immane costo in termini di sofferenza. La Convenzione di Instanbul, ratificata dall’Italia, ha riconosciuto nella violenza sulle donne una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione di genere. Che a me sembra la scoperta dell’acqua calda e non credo ci volesse Instanbul per ricordarcelo, visto che l’articolo 3 della nostra Costituzione (quella che siamo tutti pronti a difendere quando fa comodo) lo aveva già sancito nel 1948, riconoscendo l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, religione. Ora, fin che l’essere maschio dà diritto a stuprare, prendere a botte, ammazzare donne e bambini, credo che la parola uguaglianza sia assolutamente usata a sproposito.

La 119/2013 è quel “piuttosto” preferibile al niente. Ma ritenerla esaustiva, risolutiva equivale a dichiarare di non riconoscere la gravità del problema.

Intanto, la legge prevede che sia la vittima stessa a sporgere denuncia. C’è chi ritiene che la denuncia fatta da altri sia limitativa della libertà della donna. Quale libertà? Quella di prendere botte e di essere ammazzata? Il giudice Ferdinando Imposimato sostiene che questo è un grave limite della legge. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di denunciare la violazione di un diritto fondamentale della persona. Dopo che è stata ammazzata, la vittima mica può denunciare: il reato però c’è e viene contestato. Verrebbe da pensare che il maltrattamento non venga considerato alla stregua di “reato”: metti che la vittima ci goda a prender botte… fatti loro. Della serie “i panni sporchi si lavano in casa”. Qui, a mio avviso, la legge tradisce la matrice culturale che vuol custodire, dietro all’omertà dei “fatti loro”, i privilegi patriarcali. Fatto sta che alla sola vittima compete la denuncia, perciò a lei sola la responsabilità. In altre parole, il suo aguzzino sa su chi deve agire con minacce e manipolazione per evitare guai e con chi prendersela in caso lei agisca. Consapevole del fatto che, stando alla suddetta legge, le denunce presentate alle forze dell’ordine non hanno risposta immediata, che compete al magistrato. E non è detto, quand’anche vengano regolarmente inoltrate, che questi intenda applicare le previste sanzioni. Intanto, se le parole per illustrare la normativa necessitano di pochi minuti, l’iter sotteso richiede tempi biblici, durante i quali spesso ci scappa il morto. Le forze dell’ordine, infatti, possono sanzionare solo in flagranza di reato. Ora, di donne nella situazione di Simona, che si trovano doppiamente a rischio per avere, da un lato denunciato, dall’altro non ottenuto interventi di tutela, ce ne sono davvero tante. Molte non ci sono più. Ecco, qui o si corregge la legge, snellendo le procedure, o bisogna ipotizzare un altro tipo di reato: l’omissione di soccorso. Ci siamo tanto scandalizzati perché sconosciuti, che nel cuore della notte se ne andavano per i fatti loro, non si sono resi conto che una ragazza era a rischio della vita. Ci scandalizziamo meno quando chi, per conto della collettività è preposto alla tutela e alla sicurezza dei cittadini, vien meno al proprio dovere. Silenzio. E guai a te se polemizzi!

A Modena una poveretta è finita in frigo dopo essere stata strangolata dall’ex compagno. L’aveva denunciato. Scommetto che lui al fresco ci starà poco, soprattutto se potrà permettersi il lusso di un bel vizio di mente, ma pagheranno ancora meno coloro che l’han lasciato fare.

 

Bernadette Fella

Bernadette Fella

Che poi, anche se fossero scattate le sanzioni previste dalla 119/2013, sai che paura! Per la vittima, sicuramente sì. Ma per lui?! Tanto il massimo previsto sono quei pochi anni di carcere che carcere non sarà, ma arresti domiciliari, in casa con la vittima o a poca distanza da lì. Perché non si è capito (o non si vuole) che la violenza è un problema di chi l’agisce, non una risposta a situazioni contingenti, a provocazioni, a “colpe” della vittima, come piace credere. E non la ferma un ammonimento, una sanzione, un divieto di avvicinamento. Anzi, spesso l’acuisce. Parte dal di dentro e lì andrebbe stanata o per lo meno affrontata. Certamente la matrice culturale che non riconosce valore alla donna, se non in funzione dei bisogni e del potere maschile, ha un suo peso. La cultura maschilista permea ogni strato sociale, così come la violenza, che però non è agita da tutti gli uomini, pur cresciuti nello stesso contesto culturale. La violenza va oltre. È una pericolosa forma di dipendenza, che spesso si associa ad altre. Ma se per l’alcol e per la droga la società è consapevole della necessità di interventi anche coercitivi, in comunità di recupero, non così accade per i maltrattanti che dovrebbero essere obbligatoriamente inseriti in centri, in comunità terapeutiche, per riconoscere, affrontare e gestire la violenza. Allo stato attuale esistono alcune valide esperienze per uomini maltrattanti, ma con un’ utenza ancora troppo modesta, opzionale. La società non ne avverte l’urgenza, semplicemente perché tollera come legittimo il dominio maschile sulla donna. Si preferisce rovesciare il problema sulle vittime, su un universo femminile che dovrebbe vivere sempre con i sensori puntati a cogliere segnali di pericolo, limitando la propria già limitata libertà: in altre parole, discriminandolo, non riconoscendo pari diritti. Una soluzione “faidate senza rompere troppo”, con buona pace di tutti.

Ieri sera, 30 giugno 2016, il quartiere Madonnina a Modena dove viveva Bernadetta Fella, la donna di 55 anni uccisa dall’ex convivente, è stato teatro (mi auguro non semplicemente teatrino) di una manifestazione di protesta contro i femminicidi. Partecipata senz’altro. Erano davvero tanti, donne in prevalenza, ma anche uomini. Giovanissimi e giovanissime insieme a persone più mature. Ovviamente le autorità. Che nel sit-in conclusivo hanno ribadito la loro fremente condanna alla violenza e l’impegno a contrastarla con ogni mezzo, soprattutto con una corretta educazione nelle scuole. Bellissime parole, che però ormai non incantano più. Le abbiamo sentite troppe volte, così come sentiamo di continuo cronache di morti annunciate. Sensibilizzare la popolazione va benissimo, ma non per lavarsene le mani. Siamo stufi degli “armiamoci e partite”! Perché è questo che si continua a fare.

fiaccolata

 

Bernadetta subiva da tempo pesanti maltrattamenti da parte di Armando Canò, tanto da essersi rivolta alla Casa delle Donne di Modena, le cui operatrici la seguivano più per “ascoltarla” che per tutelarla, perché di questo non hanno facoltà. Nel 2012 la donna aveva subito da parte del convivente un brutale pestaggio, per cui era stata ricoverata in ospedale con prognosi tale da far scattare automaticamente la denuncia di reato ai danni del Canò. Altre denunce aveva fatto la vittima per maltrattamenti e stalking, che, però, in stato di salute psichica precaria e sotto la continua minaccia del suo aguzzino (minacce estese ai figli e ad altri familiari), aveva revocato, per cui risultano archiviate con buona pace della giustizia italiana, rispettosa della libertà dei cittadini: soprattutto di quelli che delinquono. La mancata rete di tutela tra i sanitari, le forze dell’ordine e i magistrati competenti ha perciò permesso all’uomo di continuare ad agire indisturbato. Fino all’atto conclusivo, avvenuto malgrado già convivesse con un’altra donna. “Una morte annunciata” che si sarebbe potuta e dovuta evitare con interventi tempestivi sull’uomo per tutelare una donna in condizioni di estrema fragilità. Ma la risposta della Procura, che vede tempi biblici quando si tratta di tutelare i cittadini (donne in primis), si fa immediata quando occorre tutelare il proprio operato. Il procuratore della Repubblica di Modena, Lucia Musti, si difende affermando che non c’erano “campanellini d’allarme” così squillanti. Il Canò non aveva precedenti di violenza domestica, tanto da potersi temere serialità, proprio perché archiviati per remissione di querela. Di significativo c’è solo “ un fascicolo in ordine al delitto in danno di Fella Bernadetta, fatto commesso nell’anno 2012 per il quale sarà celebrata udienza nel settembre di quest’anno”. Appunto si diceva: mentre il dottore pensa, il malato muore!

In compenso, il magistrato invita i cittadini a vigilare sui propri vicini di casa, denunciando tempestivamente segnali di violenza, prima che sia troppo tardi. Cioè prima di accorgersi, com’è avvenuto per la Fella, dal fetore proveniente dall’abitazione della vittima, che qualcosa di irreparabile era accaduto. E così, dopo aver rilanciato la patata bollente ai comuni mortali, sprovvisti di poteri e doveri istituzionali, Il capo della Procura di Modena tranquillizza, rassicurando i cittadini che i casi di violenza domestica, cioè maltrattamenti e stalking “vengono sempre trattati dai sostituti con particolare attenzione e celerità”!!!

Per Bernadetta la “celerità” è arrivata tardi. Vediamo se per Simona arriva prima… della prossima fiaccolata.

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